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49° Sud: Lautaro, la’ dove vivono i sogni

Pedro Cifuentes, alias l'Hombre Solo, ci racconta del suo ultimo viaggio in Patagonia, una terra che gli è rimasta nel cuore e nell'anima.

24/03/2020

La Patagonia è un luogo magico. Abbiamo chiesto a Pedro Cifuentes, alpinista solitario conosciuto anche come l'Hombre Solo, di raccontarci la sua recente esperienza.

"La Patagonia è un luogo intenso….!
 
Intenso a causa delle condizioni atmosferiche estreme e capricciose. Intenso per le sue dimensioni sproporzionate sia in verticale che in orizzontale e altresì intenso per le esperienze che vi si possono vivere.
Non mi è chiaro se ritornare da una spedizione senza aver raggiunto la meta sia un fallimento oppure no. Ma lasciatemi raccontare la storia dall’inizio……..
 
In un primo tentativo più di 10 anni fa, nell’attraversare il Paso Marconi e l’immensità del ghiacciaio nella Patagonia del sud, ignari di dove stavamo andando, mi resi conto che quella missione era troppo grande per noi. Mi resi anche conto chiaramente di voler attraversare quel profondo mare ghiacciato e di voler vedere l’Oceano Pacifico dalla cima più alta di quei luoghi: il vulcano Lautaro.
 
Qualche anno più tardi, con le idee più chiare circa la mia meta e un compagno con una notevole conoscenza del luogo, fu il maltempo che non mi premise di avvicinarmi alla cima. Almeno riuscii a completare l’attraversata classica del Paso Marconi – Paso del Viento, una grande esperienza per i tentativi a venire.
 
Quindi rieccomi qui, di nuovo a El Chaltén a metà ottobre. Questa volta sono qui con il mio amico fotografo José Allende, alla sua prima esperienza in montagna fuori dai Picos de Europa, alla ricerca dello scatto dei suoi sogni: una foto notturna del versante ovest del Cerro Torre. Non è stato difficile convincere me, Pedro Cifuentes, conosciuto alpinista solitario, a tornare nella mia Patagonia. Per me questo viaggio ha un altro significato.
 
Foto concesse da Pedro Cifuentes
 
Il vulcano Lautaro (3623 m) è una cima poco scalata nonostante sia il punto più alto del ghiacciaio, e si hanno poche informazioni su di esso.
Anche la sua lontananza e posizione, a nord-est del passo Marconi (punto di accesso usuale alla calotta di ghiaccio nel sud Patagonia dalla parte argentina) implicano che sia spesso necessario lottare contro i venti impetuosi che caratterizzano questa zona.
Le condizioni atmosferiche qui, più che nel resto della Patagonia, sono decisive e sono necessarie ameno 3 giornate favorevoli per avere successo.
 
Quando arriviamo a El Chaltén ci dicono che ciò non si è quasi mai verificato quest’anno, uno dei peggiori da molto tempo. Il clima nelle prime due settimane a El Chaltén segue l’andamento che si era registrato nel resto dell’anno: pioggia e vento con solo poche ore di cielo sereno che ci permettono di sgranchirci le gambe. Tutto muta improvvisamente quando tutti i siti metereologici cambiano le loro previsioni annunciando niente meno che una settimana di tempo stabile, soleggiato e calmo. Non riusciamo quasi a crederci e per sicurezza ci mettiamo in contatto con un nostro amico presso l’Agenzia metereologica Spagnola che ci conferma i nostri buoni auspici.
Il giorno dopo partiamo con equipaggiamento, cibo e gas per 12 giorni (in caso le previsioni si rivelassero sbagliate sbagliate e il bel tempo durasse meno del previsto. In Patagonia il bel tempo di solito non dura!)
I nostri zaini superano I 30 Kg. Non si poteva di certo definire un viaggiare leggeri…
 
 Foto concesse da Pedro Cifuentes

I primi due giorni, quelli che impieghiamo a raggiungere i quasi 1000m di altitudine per arrivare al ghiacciaio, passano lentamente a causa del peso degli zaini, finchè il pendio del ghiacciaio ci permette di caricare le slitte e continuare sugli sci. Con il bel tempo siamo come bambini a Disneyland e il Fitz Roy e il Piergiorgio ci accolgono per la nostra prima notte al Passo Marconi con un impressionante tramonto rosseggiante. Da qui circa 40 km ci separano dalla base del Lautaro; una lunga e monotona giornata che ci fa comprendere l’enormità del traguardo che ci siamo prefissi.
 
Lungo il tragitto fino alla base incontriamo Emma e Jesse, una coppia di canadesi che condividono il nostro stesso progetto. Loro però vogliono scendere sugli sci. Noi stiamo usando gli sci d’alpinismo solo per l’avvicinamento, quindi pur condividendo lo stesso obiettivo, adottiamo metodi diversi. Decidono di raggiungere la cima il mattino seguente mentre noi, sapendo che la nostra discesa sarà molto più lunga della loro, aspettiamo qualche ora, ci idratiamo, recuperiamo le forze e ci prepariamo per una lunga giornata.
 
Dopo 11 ore di ascesa e 4 ore di discesa i canadesi arrivano nel pomeriggio. Ci informano di un crepaccio a metà strada che hanno superato attraversando un precario ponte di neve sulla sinistra del pendio all’andata mentre nella discesa hanno optato per l’altra parte. Scendendo sugli sci lo hanno passato velocemente.
Con queste indicazioni partiamo dopo cena, verso le 11PM. La luna piena significa una buona visibilità nella prima parte della notte e lentamente saliamo evitando i primi crepacci. Seguendo le indicazioni dei canadesi ci dirigiamo verso la parte destra del pendio aspettandoci di incontrare il famoso crepaccio. Appena la luna piena scende dietro la cima e il buio è totale, il vento diventa più forte e spazza neve dai pendii più in alto ricordandoci che non siamo a Disneyland.
 
A questo punto vedo il nero crepaccio largo 20 metri che si stende attraverso il pendio di fronte a noi. È quello di cui ci hanno parlato i nostri amici, ma è peggiore di quello che ci aspettavamo. Consideriamo la possibilità di superarlo nel punto in cui lo hanno attraversato loro, ma significherebbe trovarsi a lungo sotto ad un minaccioso seracco ai piedi del quale sono visibili i resti di recenti valanghe. Ci fermiamo a valutare la situazione. I canadesi avevano superato quest’area velocemente con gli sci, ma a piedi sembra troppo rischioso, quindi con la tristezza nel cuore prendiamo la difficile decisione di tornare indietro. È duro prendere queste decisioni quando sei a due passi dal realizzare il tuo sogno, ma il ruggito dei seracchi che crollano ai primi raggi del sole ci riporta alla realtà. Abbiamo preso la giusta decisione.

Di ritorno al campo Emma e Jesse ci accolgono con caffé e biscotti e condividiamo l’ultimo ‘alfajor’ di ‘La Chocolateria’ che avevamo tenuto per la vetta. È un’operazione di precisione, ma riusciamo in qualche modo a dividerlo in 5 pezzi! La spedizione non è ancora finita. Abbiamo ancora più di 80 km di ghiacciaio per attraversare il Paso del Viento. Altri 2 giorni immersi in uno degli scenari di montagna più spettacolari del mondo, assaporando il piacere di sciare, trascinare la slitta e ammirare la vista del versante ovest del Cerro Torre.
Ma tutte le belle cose finiscono e quando abbandoniamo il ghiacciaio e trasferiamo il carico dalle slitte ai nostri zaini cominciamo a sentire la fatica. Altri due giorni per attraversare il mitico Paso del Viento – non un soffio di vento – ci portano a El Chaltén in tarda serata.
Tutti stanno uscendo a cena godendosi la festa della birra artigianale ma noi, stanchi morti dopo 145 km in 7 giorni, andiamo dritti a letto.

Riassumendo: non ho ancora visto il Pacifico dalla cima del Lautaro, ma ho vissuto alcuni dei momenti più belli della mia vita da alpinista. José non ha scattato la foto dei suoi sogni a causa della luna piena, ma è tornato a casa con altre foto spettacolari da aggiungere al suo portfolio. Per quanto mi riguarda, sono tornato con le batterie ricaricate e una nuova missione: realizzare la prima attraversata in solitario dello skyline del Fitz Roy, sempre più convinto che preferisco trascinare l’equipaggiamento lungo una parete piuttosto che portarlo sulle spalle….
 
Quindi successo o fallimento? Non ne sono sicuro. Ma ne è valsa la pena? Certamente!"